Nella Roma di fine ottocento, ove si respira aria di rinnovamento per la nuova capitale grazie all’unificazione d’Italia, vediamo un via vai di gente di tutte le classi sociali e di ogni livello che vogliono inserirsi nei vari settori per contribuire al rinascere della metropoli oramai addormentata da secoli di passività clericale che si affidava per tanti problemi solo alla divina provvidenza. Ora, che è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, vediamo un brulicare di gente che vuole inserirsi nel campo dell’edilizia, negli uffici, nelle banche e nei nuovi ministeri che stanno sorgendo. Una folla di immigrati, soprattutto dal Piemonte che giungono nella nuova capitale per trasformarla in una tipica città con i suoi uffici tutti funzionanti per ridare sicurezza e funzionalità economica ed amministrativa. Ma vediamo anche tanta gente arrivare perché innamorata di questa città piena d’arte e di antichità ed allora molti studiosi vi affluiscono e con grande desiderio di vedere di persona tutte quelle opere che fino ad allora potevano vedere riprodotte solo su libri specializzati. Così come anche tanta gente costituita da proletari i quali vanno alla ricerca continua di trovare un lavoro, qualsiasi lavoro, pur di portare a casa quel tanto che possa consentire loro di poter vivere o sopravvivere. E così, pur di continuare a condurre una vita dignitosa e onesta, vediamo tanta di questa gente che la mattina presto si reca in Piazza Montanara ove c’è il punto di raccolta di manovali che sono disposti a fare qualsiasi lavoro giornaliero che viene loro richiesto. Gente di fatica, imbianchini, muratori, falegnami, carpentieri, camerieri ecc…
Uno di questi è il signor Florindo Cavalieri, un marchigiano che nel 1874 arriva da Viterbo assieme alla sua famiglia, la moglie e la figlioletta ancora in fasce. Egli si adatta a vendere olive a Villa Borghese e così farà l’ambulante olivaro. Un lavoro misero che gli dà un misero guadagno, ma saprà adattarsi, anche con lavoretti precari, ad andare avanti. Essi troveranno un alloggio in Trastevere in via del Mattonato, 17, e la loro non sarà una vita semplice anzi tutt’altro. Arrabattarsi tutti i giorni per cercare di racimolare qualche soldo per campare. Il tempo passa e la figlioletta di nome Natalina, ma sarà sempre chiamata Lina, nata nel 1875 e arrivata all’età di 13 anni, contribuirà anche lei al sostentamento della famiglia mettendosi a vendere fiori all’angolo della strada. Ella, nonostante sia ancora una bambina, è molto bella, dai lineamenti delicati, gli occhi dolci e scuri ed un nasino sbarazzino. Inoltre si dedica anche ad altre attività, come ad esempio fare le consegne per conto di una sarta, oppure come aiutante presso un tipografo. Poi piano piano timidamente il suo interesse si volge verso un quartiere che vede una Roma più moderna, quasi una nuova Parigi, parliamo della zona dell’Esquilino, dove c’è un grande movimento di gente, la Stazione Termini, Piazza Esedra, e gente elegante e locali alla moda, ritrovi, caffè con orchestrine e cantanti. Lina vede tutto ciò e rimane estasiata e anche lei ogni tanto si accinge a ripetere le canzonette che ascolta e sono quelle tipiche delle sciantose, un primo segno della modernità che naturalmente proviene da Parigi. Lina, che oltre ad essere carina possiede una voce pulita, argentina ed intonata, ma naturalmente la sua voce deve essere guidata da chi se ne intende. Per questo troverà un vicino di casa il quale le insegna musica e, convinto che la sua voce possa essere educata, si offre ad insegnarle l’arte del canto. E così, con immensa gioia Lina inizia ad imparare le giuste tonalità e lo fa con entusiasmo perché sa che questa sua vocazione sarà per lei la svolta definitiva che la porterà al successo e soprattutto potrà dire fine alla vita grama che conduceva. L’insegnante le procura un piccolo ingaggio in un teatrino a Piazza Navona ove avrà l’incarico di “chetta”, cioè colei che andava fra il pubblico a raccogliere il denaro per la esibizione dell’artista che era sul palco.
Poi con il tempo comincia ad esibirsi mostrando tutto il suo talento. Lavorerà in un locale nei pressi di Porta Pinciana, un caffè alla parigina ove riscuoterà un grande successo. Poi nel 1887 un grande impresario, il signor Nino Cruciani che ha molti contatti con i migliori locali della città, le procura una scrittura per un caffè concerto in Piazza Esedra. Quello è il periodo in cui vanno di moda le canzoni tipo Funiculì funiculà e Lily Kangy ( quella che contiene la frase….”chi me piglia pe’ frangesa…..”). La sua voce e la sua bellezza incantano il pubblico. Man mano che cresce diventa sempre più bella e sensuale, questo le darà una certa sicurezza e spavalderia. Saprà essere alquanto disinvolta di fronte al pubblico estasiato. Nel 1892 le nascerà un bimbo, ma non si saprà mai chi era il padre. Questo fatto sarà un neo sulla sua vita, poiché alimenterà svariate maldicenze. Anche suo figlio poi non la perdonerà mai per avergli nascosto la sua paternità. Ormai è diventata una diva di successo, ella infatti si esibisce al Grande Orfeo, a Piazza Navona e al Diocleziano, arrivando a guadagnare anche 15 lire al giorno, una grossa cifra per quei tempi. Indi si esibisce anche a Napoli ed è lì che lei diventa la divina della canzone melodica. Nel frattempo c’è anche un’andalusa che balla il flamenco divinamente nei locali di Parigi ed è la Bella Otero e diverrà la sua rivale per eccellenza. Intanto Lina è diventata la diva del Cafè Chantant, mentre in Europa abbiamo le Folies Bergère a Parigi, l’Empire di Londra, l’English Garden di Vienna. Persino a San Pietroburgo ella trionfa. Qui si innamorerà di un nobile appartenente alla corte dello zar e poi si sposeranno. Ma questo matrimonio durerà poco poiché lui le chiederà il divorzio in quanto ordinatogli dallo zar il quale non vuole una canzonettista fra i suoi aristocratici. Ora Lina vuole salire di qualità e vuole esibirsi nella lirica. Il teatro, il bel canto e le opere serie, queste sono ora le sue vocazioni. Gabriele d’Annunzio le dedicò una copia del romanzo “Il piacere” (1899) definendola la massima testimonianza di ”Venere in terra”.

Ella si trasferisce a Parigi per prendere lezioni presso una maestra e diventa soprano. Debutterà poi nel 1900 al San Carlo di Napoli come protagonista della Bohème di Puccini che le procurerà un immenso successo. La sua prossima meta sarà l’America ove debutterà al Metropolitan Opera House di New York insieme a Caruso. E con lui sarà anche interprete di Fedora, anzi in questa circostanza che la coppia interpreta la parte di due amanti, capita che, secondo il copione, alla fine del secondo atto i due si devono baciare. E lei lo bacia istintivamente e ciò susciterà scalpore fra il pubblico. Questo fatto le farà attribuire l’appellativo di “Kissing primadonna”. Anche in America si sposerà, questa volta con un miliardario, ma anche questo matrimonio durerà poco, solo otto giorni e lei lo lascerà. Quindi riprende i suoi viaggi di tournée a Parigi, a Londra a Vienna. Nel 1911 la diva Maria Campi sulle note del Ninì Tirabusciò inventerà la mossa e sarà un successo enorme che creerà grande scompiglio suscitando enorme scandalo a tal punto da far intervenire i prefetti che emetteranno sentenze per vietare tale esibizione per ristabilire l’ordine pubblico. Lina intanto, si trova a Parigi assieme al suo nuovo marito che, anche questo, non durerà per molto ed è l’anno che inizia la prima guerra mondiale. Ella canterà per i soldati destinati al fronte. Nel 1916 ella tiene il suo ultimo spettacolo a Milano con La Traviata all’età di oltre quarant’anni. Ma la sua carriera non è finita in quanto ora vuole dedicarsi al cinema muto, ma questo non sarà un debutto strabiliante come il teatro. Giunge così al suo quarto marito Giovanni Campari un appartenente alla celebre famiglia che creò l’ aperitivo. Nel 1926 a Parigi Lina crea un istituto di bellezza, ma dopo dieci anni vedrà la sua chiusura ed un altro divorzio. Il tempo passa ed arriviamo al 1944, Lina Cavalieri si trova a Firenze ed in piena guerra la sua vita si spegnerà sotto i bombardamenti degli alleati. Forse avrebbe preferito finire i suoi giorni nella sua Roma, ove era cresciuta ed aveva varcato i primi passi come debuttante, una timida fioraia che vendeva violette e che in via del Mattonato era cresciuta nella miseria, più tardi era salita all’apice della carriera. Il destino era stato crudele con lei che le aveva riservato una triste fine l’aveva fatta morire fra le macerie di un bombardamento come una nemica da distruggere mentre chissà quanti spasimanti avrebbero dato la vita per lei.

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